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La penisola sorrentina e il suo entroterra non sono stati una terra sempre accogliente.
I Sanniti – l’insieme delle popolazioni (Sabini, Umbri, Volsci, Marsi, Piceni, Lucani, Osci… ) che abitavano l’area della dorsale appenninica centro-meridionale e contro le quali Roma dovette combattere tre guerre e subire diverse sconfitte (compreso il famoso episodio delle Forche Caudine) prima di imporsi verso il 290 a.C. – conservarono sempre una fiera ostilità nei confronti del dominio romano e appoggiarono ogni suo avversario, Annibale compreso (217-214 a.C.). Dediti prevalentemente alla pastorizia, sono passati alla storia più per rudezza che per cultura identitaria e raffinatezza; furono i Romani che, nel corso della loro espansione, si imposero loro e seppero poi contagiare benevolmente quelle felici porzioni di territorio di cui oggi apprezziamo le qualità.

Per il suo clima e le bellezze naturali l’area partenopea (dai Campi flegrei a Salerno) divenne residenza estiva di molti patrizi e imperatori romani, felici di oziare ricordando come Enea, esule da Troia, fosse approdato a Palinuro, poi a Capo Miseno e da qui, risalita la foce del Tevere, avesse fondato Roma. Dalla leggenda alla storia certificata o almeno raccontata il passo è lungo ma in qualche modo conosciuto, come l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C che ci consente oggi di rivedere Pompei – insediamento commerciale – ed Ercolano – comprensorio residenziale dell’alta borghesia romana – al tempo dei romani.

Bella e ricca di insenature e approdi, la penisola sorrentina ha visto l’avvicendarsi della storia attraverso tanti protagonisti: dai Normanni alla Repubblica di Amalfi, dalle incursioni saracene di metà ‘500 al Regno delle due Sicilie dei Borbone, da Garibaldi ai giorni nostri, tutto sommato tranquilli (finora) e moderatamente goderecci. Partiamo da qua allora per un breve resoconto di un’esperienza in Costiera vissuta ove possibile in contro-tendenza e alla ricerca di particolari anche insoliti, poco conosciuti dal turista eppure ricercati dal viaggiatore.
Soprattutto selezione e criterio logistici: due basi – Cetara e Furore – per ripartire le visita della costiera in due macro settori, estraniarsi dal caos dei centri più conosciuti e affollati, muovendosi preferibilmente con il servizio dei collegamenti marittimi ma disponendo anche dell’auto per addentrarsi nell’interno e scoprire oasi e scorci incredibili.

Di Vietri sul Mare e della sua tradizione artigiana delle ceramiche già sappiamo tutto (o no?!) e lasciamo che siano gli stranieri ad affollarla. Ho scelto di sostare più avanti, a Cetara, paesino legato alla pesca e al trattamento delle acciughe da cui la famosa colatura che conferisce a spaghetti ed altro un inconfondibile sapore di mare. Cetara è rimasta “essenziale”, direi genuina, senza pressione turistica: la sua torre d’avvistamento a picco sul mare ne identifica il confine orientale e offre un presidio alla piccola spiaggia dove ancora modeste imbarcazioni offrono il quadro bucolico da paesino di pescatori dove giovani coppie dell’intera costiera vengono a farsi fotografare e a riprendere per qualche video pre-matrimoniale o pre-diciottesimo compleanno. Cetara però è davvero carina e poi il Ristorante Acqua Pazza offre piatti che per qualità e cura non è facile trovare altrove. Lo consiglio.

Viaggiate verso ovest, e fatelo in barca; godrete di una prospettiva molto suggestiva ed ampia che in auto vi sarebbe preclusa. Noterete che ogni sporgenza sulla costa ospita una torre, un torrione di avvistamento a significare quanto sentito sia stato in passato la minaccia delle incursioni saracene prima e comunque il presidio contro i tanti nemici che nei secoli successivi incrociavano al largo della Costiera.

Se non fosse per Sal de Riso – pasticceria che richiede una tappa – Minori non richiama attenzioni particolari e Maiori a maggior ragione. Consiglio invece di fermarsi a Furore e raggiungere via terra il bellissimo e poco conosciuto Fiordo, un’insenatura stretta e profonda, dove il mare entra prepotente, le alte pareti laterali ne schermano la vista e dove l’acqua cambia colore con la luce, la vegetazione circostante, il fondale: c’è una scalinata che conduce fino alla spiaggia dove è raro incontrare italiani (sono spesso indolenti) eppure vale lo sforzo e il caldo che, risalendola, presumibilmente vi troverete.

Ad Amalfi serve andare ma fatelo negli orari giusti, evitate il week end e soprattutto non limitatevi alla strada centrale e al Duomo. Risalite magari il paese sulla strada principale fino al Museo della Carta e prendete a destra la scalinata che costeggia dall’alto tutta Amalfi fino al cimitero. Vale lo sforzo per ritrovare scorci imperdibili, gente comune, vicoli stretti e profumo dei limoni.

Scendete poi per tornare nella piazza antistante il Duomo e prima di visitarlo, concedetevi una pausa dolce all’antica Pasticceria Pansa, un’istituzione locale di cui apprezzerete anche gli arredi interni.  Il Duomo – costruito all’inizio del 1200 – sovrasta la piazza opponendo una scalinata che prelude ad un coacervo di stili differenti, prevalentemente romanico e barocco: a prima vista appare tutto di una certa omogeneità estetica ma uno sguardo più attento fa intendere quanta storia è passata attraverso quegli spazi sacri. Apprezzatene le policromie, la leggerezza architettonica, la cripta con le spoglie di S. Andrea e il Chiostro del Paradiso con archi moreschi a doppio ordine di colonnine marmoree.

Irrinunciabile poi salire a Ravello, collocata a 360 mt s.l.m quasi proprio sopra ad Amalfi. E’ un luogo incantevole e incantato dove non a caso artisti e nobiluomini vi hanno da sempre stabilito residenza o vissuto soggiorni prolungati. Pochi abitanti, turismo relativamente elitario, molte ville private ed alcune ville-museo di straordinaria bellezza; a partire da Villa Rufolo con i suoi giardini che ospitano anche il famoso festival di musica classica, e Villa Cimbrone, residenza nobiliare con grande parco privato. Che dire poi degli alberghi esclusivi – fra tutti l’Hotel Caruso e Palazzo Avino che rivaleggiano per posizione, servizio e vista sul golfo di Salerno !

Con dispiacere ma con identica voglia di scoprire il bello, lasciamo Ravello e raggiungiamo Positano, ultima perla della costiera incastonata fra monti e mare. Case colorate, bugainville, contrasti netti fra rumore e calca delle viuzze commerciali e la quiete improvvisa dietro l’angolo.

Se riuscite e se non vi risulta troppo impegnativo, consiglio di cenare alla Buca di Bacco, ma obbligatoriamente sulla Terrazza del Leone da cui dominerete la spiaggia e le luci di Positano by-night sapranno certamente creare l’atmosfera. Ma il viaggiatore saprà lasciare il turista a Positano per raggiungere (in auto) l’ultima frontiera, Montepertuso, una frazione di case arroccate a 500 mt s.l.m. sotto lo sperone di roccia col famoso buco che, secondo la leggenda, fu praticato dal dito della Madonna intervenuta a sanare il conflitto fra Bene e Male. Non vi sono certezze storiche su questo ma è invece una certezza la qualità del Ristorante Il Ritrovo, una cucina di mare e di terra servita con la cortesia e la grazia dello Chef Salvatore e famiglia: irrinunciabile ! Se potete, accompagnate il cibo con una bottiglia di Furore bianco Fiorduva.

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